06/10/2005

T come Tempo

C’è un detto famoso a proposito del modo di stare con i figli ed è che con conta la quantità del tempo che si passa con loro ma conta la qualità. Ne ero convinto anch’io quando non avevamo un figlio.

Adesso che ne abbiamo uno comincio a pensarla diversamente e le mie certezze cominciano a vacillare.

E’ una frase che sento ripetere soprattutto dai genitori che con i figli ci passano davvero poco tempo e mi viene il sospetto che questa bella frase sia stata creata ad hoc proprio per i genitori che sono sempre via di casa e si aspettano dagli psicologi e dai pedagogisti una forma di giustificazione per coprire i sensi di colpa derivante dalle proprie mancanze.

Forse questo detto diventa per noi una autocertificazione e la ripetiamo per convincerci.

Perché è difficile non provare mai il dubbio di trascurare i propri figli soprattutto quando si lavora in due. Quando lavorano tutti e due i genitori c’è un po’ più di sicurezza dal punto di vista economico ma si aprono tanti altri problemi nel crescere i figli e il tempo diventa veramente tiranno.

Io esco di casa per andare a lavorare mentre Marco (se non si sveglia prima del solito) dorme ancora. Quando poi si sveglia c’è ancora a casa mia moglie. Lui va all’asilo, torna a casa alle quattro del pomeriggio e sta con i miei suoceri fino a che non torna a casa uno di noi due.

Considerando che va a letto verso le 21,30, praticamente in un giorno lavorativo passo con lui non più di tre ore a cui bisogna togliere la cena, un minimo di pratiche e bisogni personali, un dialogo fugace con la moglie (se ci dilunghiamo a chiacchierare Marco cominciare a urlare e a distruggere la casa) e l’idillio è già finito. Senza considerare la spesa, qualche mezz’ora di straordinario ogni tanto e tutte le altre cose da fare per la casa. Restano il sabato e la domenica dove però corriamo il rischio di concentrare tutte le cose che non riusciamo a fare nei giorni precedenti.

Per nostra fortuna qualche anno fa mia moglie ha chiesto un orario ridotto, che le hanno concesso, per cui è a casa due pomeriggi alla settimana da dedicare a Marco.

Conta la qualità del tempo? Quando uno arriva a casa alle sette di sera dopo essere stato via tutto il giorno ha una bella faccia tosta a dire che dà il massimo della qualità al poco tempo che resta da dedicare ai figli. Sarebbe già abbastanza non avere la mente assorta nei problemi dell’ufficio e accorgersi che tuo figlio muore dalla voglia di giocare, altro che la qualità. Da come Marco mi sta addosso quando arrivo e, mi vergogno un po’ ad ammetterlo, da come ci fa pagare attraverso il suo comportamento il fatto di non essere stati con lui, non credo che conti solo la qualità del tempo.

Premetto che con i nonni sta benissimo, fa molti meno capricci che con noi, l’asilo gli piace molto e ha tanti amici ma c’è un ma.

Da quando mia moglie ha ripreso ha lavorare dopo l’aspettativa, circa un anno  e mezzo fa, quando Marco si sveglia al mattino, la prima cosa che chiede, vedendo me o mia moglie, non è “Ciao mamma” o “Papà” ma “Vai in ufficio oggi?” oppure “Stai a casa con me?”.

Quante cose dovremmo spiegargli con calma, il lavoro, gli orari, la responsabilità di avere dei figli, ma non c’è il tempo e poi chissà cosa ci capirebbe.

Ciao Marco, ne riparliamo al mio ritorno. Adesso non ho tempo.

22/08/2005

P come Perché

Al termine di un incontro sul tema dell’educazione dei figli, uno dei genitori partecipanti chiese al relatore, un pedagogista: “E’ sempre bene dare una spiegazione ai figli quando chiedono il perché di qualcosa?”. Contrariamente a quanto mi aspettavo, rispose che no, secondo lui, non è sempre necessario.

Cercando di calare questa affermazione nella nostra famiglia, noi ci siamo sempre sforzati con Marco di rispondere sempre ai suoi perché, nella convinzione che dopo il vuoto che ha avuto attorno a sé nei primi due anni, fosse nostro dovere spiegargli il mondo che finalmente cominciava a scoprire. Come tutti i bambini, ci tempesta di domande, “come si chiama quello?” e soprattutto tanti “perché…?”. Fornire il nome di un oggetto nuovo è banale, spiegare la ragione di ogni fenomeno naturale sulla faccia della terra con parole semplici non è altrettanto facile. Se chiede cos’è il rumore che si sente durante i temporali è il tuono ma se chiede perché ci sono i tuoni, gli diamo qualche elemento di meteorologia o lo liquidiamo con la storia del diavolo in carrozza come faceva mia nonna?

Dove ci troviamo in sintonia con quel pedagogista sono i momenti in cui il perché non è espressione di una curiosità ma il segnale di una lotta con i genitori, il primo abbozzo di un conflitto di volontà. Marco non vuole mai andare a fare il riposino pomeridiano, non vuole fare la pipì, non vuole andare a letto la sera, non vuole mai venire a tavola quando è ora di colazione, del pranzo, della cena. E tutte le volte chiede perché. Ma perché devo spiegare a mio figlio di quattro anni dieci volte ogni giorno il motivo per cui ci sono delle funzioni vitali nel nostro organismo che vanno espletate: dormire, mangiare, urinare? Le prime volte fornivamo una spiegazione a queste domande dimenticando che lui sapeva benissimo la risposta e che era un suo modo per tergiversare.

Ci facciamo tanti scrupoli e sensi di colpa se obblighiamo i figli a ubbidire e a compiere certe azioni. Abbiamo paura che crescano traumatizzati? Se non ricordo male, quando io ero bambino (all’inizio degli anni ’70) non c’erano molte spiegazioni in casa. Quando era finito il Carosello andavamo tutti a letto senza fiatare. Ed era così per i pasti e tante altre cose che erano da fare e basta. Ricordo le sgridate quando interrompevo i miei genitori mentre parlavano tra di loro. Credo di avere conosciuto l’autorità e la severità dei miei genitori ma anche il loro affetto e non mi sembra di essere traumatizzato. Anzi, ho imparato a portare rispetto verso i genitori, le insegnanti a scuola, le persone adulte che incontravo.

E poi perché bisogna spiegare sempre tutto ai bambini? Noi adulti abbiamo una spiegazione per tutto? Nella nostra vita abbiamo sempre qualcuno che ci spiega perché il lavoro non ci piace o perché si è guastata l’auto appena comprata o perché un figlio non ne vuole sapere di studiare e suo fratello è un secchione?

Noi genitori moderni adesso abbiamo paura a usare l’autorità, se necessario, per obbligare i figli a ubbidire.

Non ci stupiamo se poi quando saranno adolescenti non rispetteranno l’autorità di nessuno.