06/02/2006

Siamo genitori adottati

Qualche sera fa, Marco ha guardato la videocassetta del “Re leone”. Durante le scene finali mi sono seduto di fianco a lui, per assistere al trionfo di Simba. Al termine Marco mi ha chiesto: “Mufasa è il papà di Simba?”. “Sì”, gli ho risposto. “Allora Simba è il figlio di Mufasa?”. “Esatto”.

Marco ha riflettuto qualche secondo poi si è girato verso di me e ha esclamato “Allora io sono vostro figlio!”.

“Bravo!”, gli ho detto, mentre mi luccicavano un po’ gli occhi. Avrei voluto rispondergli che lui è sempre stato nostro figlio, fino dal primo momento che ci hanno fatto presentato. Ma mettendomi nei suoi panni credo che le cose non siano così scontate come ci aspettiamo noi adulti.

Credo che quella frase sia il riconoscere che ci ha adottati ufficialmente come genitori.

Noi lo avevamo già adottato fin dal primo incontro, ma già da due anni eravamo affetti da “gravidanza adottiva”. Per lui, che nel giro di venti giorni è passato dalla casa in cui era accolto alla nostra, ci sono voluti mesi e mesi, forse anni per adottarci.

Lo voglio dire a chi è in attesa di adozione.

Non bisogna farsi prendere dalla paura di non essere adeguati, di non piacere, di essere rifiutati. Non esistono adozioni nate bene o nate male. Guardate che per primi non c’azzeccano i giudici dei tribunali, che emanano sentenze su bambini come se giocassero a Risiko. Non c’azzeccano tante volte gli assistenti sociali che con tutti i casi che hanno da seguire sono sempre di corsa. Non c’azzeccano sempre neanche gli psicologi anche se è vero che capita di incontrare giudici competenti, assistenti sociali scrupolosi, psicologi preparati. Io e mia moglie possiamo considerarci fortunati perché abbiamo trovato aiuto e collaborazione in tanti professionisti che ci hanno seguito. Siamo stati scalti non perchè più bravi degli altri ma solo per caso, e lo sottolineo, perché nessuno poteva avere la certezza che Marco con noi sarebbe stato bene, tanto dopo i primi mesi abbiamo avuto delle grosse crisi di sconforto.

Noi che vogliamo adottare dobbiamo portarci dentro una sicurezza: che qualunque bambino ci verrà abbinato, noi saremo sempre e comunque i migliori genitori che potrà avere e che lui sarà amato come nessun altro avrebbe saputo fare.

11:40 Scritto in Adozione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala

05/01/2006

Adozioni metropolitane / 2

In questi anni ne abbiamo sentite tante sull’adozione. Alcune storie riportateci hanno quasi l’alone di leggende metropolitane. Chiariamo subito alcuni aspetti del percorso dell’adozione che potrebbero generare false convinzioni.

“Bisogna dire al bambino che è adottato quando è abbastanza grande per capirlo”
FALSO
Non bisogna dire al bambino che è adottato quando è troppo piccolo per capirlo. Questa è l’unica regola da seguire. Quando un genitore ritiene che sia il momento giusto, è sicuramente già tardi. Siamo noi che non siamo ancora pronti, non lui, e rimandiamo di rivelare la verità che noi pensiamo gli sconvolgerà la vita. Lo farà per davvero, se aspettiamo che sia maggiorenne per dirglielo. Noi pensavamo di aspettare che andasse alla scuola elementare, poi lo psicologo, in funzione di prepararlo a un fratellino adottato, se arriverà, ci ha indotto a farlo subito.
Il problema è che non bisogna dirlo, bisogna raccontarlo. Noi avevamo provato all’inizio a dirgli la storia del suo incontro con noi e che era adottato. L’abbiamo fatto ogni volta che trovavamo un pretesto, per rendere la cosa più naturale. Sembrava che capisse ma dopo qualche mese ci ha chiesto “Cosa vuol dire adottato?”
Allora abbiamo scelto un’altra strada, cioè di raccontare la storia di Marco e abbiamo messo costruito una favola (ovviamente a lieto fine) che narra la sua adozione, il nostro desiderio di avere un bambino e il bene che gli vogliamo.
Un po’ come nel libro o nel film “La gabbianella e il gatto”. Lui è la gabbianella e noi il gatto.
Come ha reagito Marco? Se non ne parliamo noi per primi, lui non fa domande sull’argomento ma ascolta attento sempre molto serio. Nel nostro cuore confidiamo che la mamma che gli racconta una favola sia sempre più importante di quell’altra mamma che un giorno lo ha messo al mondo senza prenderlo in braccio.

16:43 Scritto in Adozione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala

17/12/2005

Adozioni metropolitane / 1

In questi anni ne abbiamo sentite tante sull’adozione. Alcune storie riferiteci hanno quasi l’alone di leggende metropolitane.

Chiariamo subito alcuni aspetti del percorso dell’adozione che potrebbero generare false convinzioni.

 

“Una coppia di nostri non ha avuto l’idoneità perché non ha dato disponibilità per bambini sieropositivi.”

FALSO.

Al termine dei colloqui, vengono formalizzate le disponibilità della coppia ad accogliere uno o più bambini, con handicap o no e in caso positivo di quale natura e gravità, bambini a rischio giuridico. Viene chiesto anche se si accettano bambini sieropositivi. Queste domande vengono fatte al termine dell’istruttoria quando ormai la coppia è già stata giudicata idonea e servono per stilare poi la relazione da mandare al tribunale dei minori. Le coppie che non hanno raggiunto l’idoneità si fermano prima di arrivare a queste domande. Può sembrare che non dare tutte le forme di disponibilità penalizzi la coppia agli occhi dello psicologo, ma non è così, ormai l’opinione dello psicologo è già formata.

“Dato che non gli hanno dato l’idoneità nazionale, hanno richiesta quella internazionale.”

FALSO.

L’idoneità per l’adozione nazionale è il prerequisito per inviare la richiesta di adozione internazionale a una delle associazioni iscritte all’albo.

Entro un anno dalla data della richiesta di adozione nazionale occorre scegliere una associazione e darne comunicazione al tribunale dei minori.

“Se si accettano tre fratelli è molto più facile che ti chiamino.”

VERO.

Sono talmente poche le coppie che danno disponibilità per tre fratelli che indubbiamente sono avvantaggiate nelle adozioni internazionali, dove le famiglie sono numerose. Tanto per fare un esempio, solo un mese dopo avere portato la domanda al CIAI, ci hanno chiamato per proporci tre fratelli brasiliani di 8, 7, 5 anni. Era solo un colloquio esplorativo, perché avevamo specificato uno o due fratelli e quindi abbiamo rifiutato, ma questo rende l’idea di quanto certe coppie così disponibili siano cercate.

“Chi ha fatto domanda di adozione e poi comincia un ciclo di fecondazione assistita, deve sospendere la pratica.”

VERO.

E’ vero in linea generale che chi sta cercando un figlio con o senza la fecondazione assistita, dovrebbe aspettare prima di fare domanda di adozione. Può sembrare crudele ma non è così; l’adozione non è il passatempo da portare avanti mentre si cerca un figlio, così, se va male, abbiamo già messo i piedi avanti.

16:10 Scritto in Adozione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala

07/12/2005

Dura lex, sed lex

Ha sollevato molte polemiche la decisione del presidente della camera Casini di concedere il nullaosta all’istituzione di una commissione parlamentare per una indagine conoscitiva sull’applicazione della legge 194.

La legge porta il titolo “Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza” e afferma al punto 2 ” I consultori familiari istituiti dalla legge 29 luglio 1975 (..) assistono la donna in stato di gravidanza (..) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza. I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.”

Non vedo cosa ci sia di male in questa indagine una volta rassicurati da tutte le parti politiche al governo che la legge non verrà toccata. Si potrebbe scoprire, però, che viene applicata male e in tal caso si potrebbe lavorare per migliorarla. Abbiamo tutte le statistiche dettagliate sugli aborti praticati in Italia ma nessuno sa se le donne che entrano in un consultorio vengono messe a conoscenza che possono rivolgersi a strutture, come i Centri di Aiuto alla Vita, che assistono le donne durante la gravidanza. Ci sono poi gli abusi della legge come quelli praticati nella clinica Villa Gina a Roma. All’inizio dell’anno ho letto  un articolo su un quotidiano che denunciava la pratica ordinaria di interruzioni di gravidanza in altre cliniche della Lombardia anche al sesto mese di gestazione. In alcuni casi in cui erano state indotte le contrazioni per espellere il feto, questo era nato vivo.

La legge c’è e va applicata in tutti in suoi punti ma di questi tempi occorre tutelare maggiormente il diritto alla vita dei bambini più sfortunati che crescono nel ventre di una donna che sente di non avere scelta e dare anche a loro una opportunità.

N. è nata proprio grazie all'aiuto dei volontari di questi centri che hanno convinto sua madre, albanese e senza parenti in Italia, a metterla al mondo e poi le hanno aiutate per arrivare all'automonia economica e piscologica. Nel 2000, quando aveva solo un anno, N. ha passato tre mesi a casa nostra, perché la madre stava passando un momento difficile. Non abbiamo avuto più contatti fino a quando, l’anno scorso, le abbiamo più incontrate in un parco giochi. Pensavamo che la madre non ci avrebbe neanche riconosciuto e invece appena ci ha visti ci ha ringraziati di cuore.

L’incontro con N., la nostra prima “figlioccia” è stata un tassello importante nel nostro cammino verso l’adozione, ma la storia di N. merita un blog tutto suo.

26/11/2005

Crederci sempre, arrendersi mai

Non siamo sull’isola dei famosi. Siamo nell’arcipelago delle coppie sterili, quelle che lottano contro un destino che emette per loro un verdetto senza appello.

 “Il prossimo appuntamento è fra qualche mese, quando Francesca e Luigi avranno messo da parte abbastanza soldi per tornare a Salonicco, in Grecia. Ci sono già stati un anno fa per tentare una Fivet con donazione eterologa di seme. Lui, 40 anni, è sterile in seguito alle cure per un tumore ai testicoli, mentre lei, 38 anni, è fertile ma non riesce a rimanere incinta. Non è successo a Salonicco dover per 3 mila euro più 2 mila di viaggio e soggiorno, i medici di un centro specializzato le hanno impiantato i tre migliori embrioni scelti fra 18. E non è successo nemmeno a Bellinzona dove la coppia ha optato per un’inseminazione semplice: 800 euro (…).

Prima di andare all’estero, racconta Francesca, ci ho provato in Italia, in centri pubblici e privati. Ho fatto cinque inseminazioni, poi una Icsi, quindi tre transfer di embrioni congelati (…). E se non funzionerà nemmeno a Salonicco? Riproveremo. E per piacere non diteci che siamo egoisti, che potremmo adottare e tutte quelle sciocchezze. Ognuno ha la propria storia. Rispettate la nostra”. (Da Panorama del 27/10/2005 pag. 100)

Non credo che Francesca e Luigi siano degli egoisti, tutt’altro. E non credo nemmeno che i genitori adottivi siano necessariamente altruisti solo perché accolgono bambini senza genitori provenienti da paesi dall’altra parte del mondo. Vorrei che la forza di volontà di Francesca e Luigi e di tutte le coppie come loro venisse premiata. Purtroppo però sappiamo che non tutti vedono premiati i loro sforzi. Noi stessi ci abbiamo provato per otto anni senza successo. E così capita ad altri.

Mi chiedo allora cosa passa nella testa di chi fa di tutto per avere un figlio quando arriva al punto in cui capisce che non c’è più speranza. Per avere un figlio si fanno viaggi in Svizzera o in Spagna spendendo migliaia di euro. Chi adotta va in Colombia o in un Russia e spende anche di più. E’ il bisogno di sentire un figlio come nostro? Ma cosa significa nostro, quando si ricorre all’ovulo di un’altra donna o il seme di un altro uomo? Qual è allora la molla che spinge una coppia a cercare un figlio ad ogni costo e qual è il freno che le impedisce di andare oltre la sterilità? Non penso che tutte le coppie sterili dovrebbero adottare e ha ragione Francesca quando pretende il rispetto perché ogni coppia ha la sua storia, ma credo che tutte le coppie sterili, se si sentono intimamente feconde, dovrebbero almeno prendere in considerazione l’adozione o all’affido. Se gli dovesse andare male la fecondazione assistita, dico a Francesca e Luigi di ripensare a tutte quelle “sciocchezze” che adesso rigettano. Dico a loro di provare a cercare dove è posizionato nel loro cuore quel muro che divide il sentire un figlio biologico diversamente da un figlio adottato. Per scoprire, come è successo a noi, che se non ci arrendiamo di fronte alla sterilità, quel muro è solo una linea sottile.